Three Imaginary Boys

Cosa resta dopo la notte? Cosa si scorge alla fine del giorno? Tre ragazzi immaginari vestiti da incendiari che scivolando fuori dalla porta e correndo lungo il corridoio ci fanno battere il cuore.

Tantissimi anni di notti sognanti, esperienze claustrofobiche per generazioni diverse tra loro, distanti ma unite da un filo di suggestioni giovanili e incubi ricorrenti, le stesse incredibili sensazioni descritte dal sensibile genio, dalla fervida immaginazione di Robert Smith, leader enigmatico del trio di Crawley, i Cure.

Il cantante, chitarrista insieme a Lol Tolhurst Michael Dempsey inizia il viaggio nella Dark-Wave l’otto maggio (1979) e l’oscurità diventa musica, punto di riferimento, l’inizio di un nuovo corso per il Post-Punk prende piede anche e soprattutto attraverso il 33 giri d’esordio dei tre, Three Imaginary Boys.

L’album composto da dodici tracce acerbe, giovani, poco strutturate riesce ugualmente a risultare diverso, lontano da tutte le pubblicazioni inglesi del periodo, influenzato dal Punk ma con un tocco Pop originale, delicato, minimale, le tetre ambientazioni future dei Cure iniziano a prender forma nelle liriche ancor prima che nel sound lasciando intravedere la maschera triste, il trucco di un meraviglioso artista visionario. La Fiction Records affida produzione e artwork del disco a Chris Parry, già gancio della band per il contratto con la stessa, nonostante questo la scelta riguardo la cover è mal digerita da Smith allora e mai superata nel tempo, lo scenario raffigurato sulla copertina mostra uno scarno ambiente casalingo, un frigo, una lampada e un’aspirapolvere, tre oggetti utili ma davvero poco immaginari, poco inclini a fantasiose rivisitazioni.

La giovanissima età e l’inesperienza dei componenti fanno si che l’album nella sua interezza risulti fresco ma con comprensibili sbavature qua e là, un documento significativo e ricco di anticipazioni sui contenuti futuri, brevi lampi New-Wave, 10.15 Saturday Night, Meat Hook e So What ad esempio, mentre il basso martellante e ossessivo si affaccia nella carriera dei Cure con i primi gioielli composti, Fire In CairoSubway Song o nelle ballad immerse tra tenebre Dark primordiali e ambientazioni malinconiche di Another Day e la title-track, Three Imaginary Boys, magnifica e convincente traccia posta in chiusura del lavoro, circa 3 minuti magici e rapiti seguiti da una sorta di traccia fantasma strumentale, nella setlist trovano spazio anche pezzi meno memorabili e un’inedita e sorprendente cover di Jimi Hendrix, Foxy Lady, l’unica in carriera non cantata da Robert Smith ma ben sì da Dempsey. Il debut-album dei Cure spalanca le porte del successo ai tre ragazzini che piano piano costruiscono il mito, la leggenda capace di catalizzare flotte di fan intorno all’iconico look di Robert Smith, il suo decadente romanticismo e la poetica incantata delle sue liriche, Three Imaginary Boys è solo il primo di una lunga serie di dischi che andranno a scolpire un genere del tutto personale, un modo di vivere la musica con profonda sofferenza, trasformando in realtà uno dei più depressi sogni di gioventù di Robert, un personaggio misterioso, cupo capace di ispirare registi e animatori, grafici e disegnatori, un percorso iniziato quarant’anni fa e proseguito brancolando attraverso il buio.

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Un pensiero riguardo “Three Imaginary Boys

  1. Che bel lavoro, uno dei più belli della Band

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