Pearl Jam

I have faced it, a life wasted, I’m Never going back again. I escaped it, a life wasted. I’m never going back again. Having tasted, a life wasted. I’m never going back again

La paranoica sensazione di aver solo perso tempo, il ricorrente senso d’impotenza che attraversa in diversi momenti la vita delle persone, la mia di sicuro ma credo anche quella di molti altri, l’involontario refresh che resetta e aggiorna l’esistenza di individui alla ricerca di nuove prospettive. Un passaggio necessario che mette di fronte alla strada perseguita, al modo di affrontare situazioni e cambiamenti, l’amore e la morte e una volta realizzata la situazione la percezione che resta è spesso d’incompiutezza, un qualcosa che manca, che non si è riusciti a portare a termine, qualche battaglia lasciata a metà, il turbamento di essersi adagiati in poltrona, guardando da spettatori il trascorrere degli eventi, in seconda linea. Flussi negativi che arrivano come onde e assalgono con dubbi e domande esistenziali; veramente vorresti non tornare più in dietro? Siamo davvero sicuri che tutto ciò che è stato vada cancellato? Ogni lotta vana? Probabilmente no, probabilmente le tante delusioni, le sconfitte in molteplici campi impongono realismo e una serena presa di coscienza, ma le guerre di cultura, le profonde rivolte vanno difese e proseguite senza timore e paura, l’età adulta, le vicissitudini impongono un’approccio più riflessivo e ponderato ma nessuno mai potrà dire che la nostra sia stata una vita sprecata.

La stessa alienazione attraversa il percorso di una delle band più impegnate e radicali di sempre, un’ossessione che s’insinua a metà del primo decennio duemila e pone nuovi obbiettivi circa una carriera passata sul fronte, anni che non possono non aver lasciato strascichi e ripercussioni, l’ovvio risultato di coerenti prese di posizione immersi nell’attivismo sociale, lo scontro e la denuncia per identificarsi, per darsi un posto e arrivare a delle conclusioni prima che quesiti, cercando di mettere l’arte, il talento al servizio dell’impegno civile, i Pearl Jam, questione di classe e principi.

Liriche in difesa dei più deboli, del pianeta in stato comatoso, contro l’umanità suicida e riguardanti qualcosa di più di una semplice impressione, di un sospetto circa la situazione irreversibile del nostro ovile, la nostra casa, la Terra, tutti temi e denunce cantate e suonate dal gruppo di Seattle che ancora una volta e più coscientemente di prima si spende per utopistiche rivoluzioni socio-ambientaliste.

L’ottava prova in studio di Eddie Vedder e soci arriva come un paracadute dopo la rielezione di Bush jr., nemico giurato del mondo libero e pacifista sognato dai PJ, la conferma al comando per il leader repubblicano tanto osteggiato e ripudiato dai 5 musicisti è fonte d’ispirazione per le tracce incise nell’omonimo disco, semplicemente Pearl Jam, meglio conosciuto come “Avocado” per via dell’immagine in copertina e il frutto che matura risulta variegato, tanti sapori differenti per dar soddisfazione al palato, le scelte globali riguardo l’eco-sistema, il precariato, situazioni al limite, il futuro raccontato attraverso brani amari, il posto di lavoro come un ricatto, promesse di soliti noti, bugie e disincanto che come una marea travolge le speranze e costringe anche i più duri, granitici combattenti a gridare la propria insofferenza, la volontà di mollare tutto e andarsene.

Circa cinquanta minuti che toccano anche emotivamente, Come Back, ad esempio, pezzo personale, intimo, l’amicizia, una dedica sentita rivolta all’amico perduto, ma anche qualche bagliore di fiducia e positività nel finale, la spinta a credere nel cambiamento, nella resurrezione sociale voluta dal cuore di questa corrotta umanità, Inside Job.

Pearl Jam viene pubblicato il due maggio (2006) a quattro anni di distanza dal precedente Riot Act, un lasso di tempo inusuale ed inedito per loro, l’attesa e le aspettative sono alte come quella per il loro ritorno in Europa annunciato con l’uscita del disco, il risultato partorito è genuino e naturalmente ricollegabile alla prima era dei PJ, suoni grezzi, diretti, per niente sperimentali, distanti dalla fase nuovo millennio aperta con Binaural, un ritorno al passato voluto e disegnato durante i tour americani e australiani del periodo precedente l’entrata in studio con Adam Kasper, confermato in cabina di regia. Forse la ripresa delle armi avrà fatto storcere il naso ai fan più intransigenti, ma la bontà del lavoro va ricercata, valutata soprattutto cogliendo l’istitintivita‘ compositiva di questi tredici pezzi che riportano a Vs, l’impronta sociale nei testi che segna l’ascolto nonostante la pulizia in fase di produzione, il passaggio che arrotonda un po’ tutta la veemenza e la presa Punk dell’album, un po’ di mestiere per rendere più accessibile la furia del lavoro a nuovi e diversificati appassionati, il lato oscuro della loro musica resta, la loro essenza c’è e si sente, è solo più semplice e morbida da digerire.

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2 pensieri riguardo “Pearl Jam

  1. Una recensione minuziosa … degna di grande stima per i Pearl Jam! Band che non ha eguali… certo oggi non è più come negli anni passati ma… le idee sul sociale e intimistiche non sono mai cambiate !

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    1. Grandissima stima per i ragazzi, la band della vita

      Piace a 1 persona

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