Sticky Fingers

Rolling Stones, precisamente Sticky Fingersla scelta non casuale degli Stones per ampliare le conoscenze in merito al sound, alle stravaganze anni sessanta/settanta. Sticky Fingers, le sue tracce, la sua irriverente e scandalosa copertina capace di segnare la fine dell’innocenza intellettuale si presta a disco in grado di aprire un portale emotivo, un’onda d’urto di sensazioni, l’invito a tuffarsi in quelle canzoni come in cerca di ristoro.


Dunque Sticky Fingers. Comprendere questo disco epocale significa affrontare una discesa negli inferi, navigando nell’oscurità delle dipendenze, delle debolezze umane, una richiesta d’aiuto per affrontare la rapida risalita verso la disintossicazione, approfondire la propria conoscenza fino alle radici della musica, Blues, Folk, fondere la propria anima con le tracce, i suoni, abbracciare il Rock partendo da Sticky Fingers, dagli Stones è come avvicinarsi al cattolicesimo dopo aver conosciuto il “Messia” di persona. Parlo di questo, un poema in musica che canta l’inferno, il purgatorio e il paradiso solcati dalla band nel periodo di registrazioni dell’album, le sensazioni che le tracce lasciano trasparire sono molto profonde, drammatiche, c’è un filo conduttore che unisce le liriche, il concetto di dipendenza, l’eccesso disperato e la salvezza in fondo al tunnel. Sticky Fingers rappresenta un monolite di suoni e sentimenti, uno dei più importanti capolavori d’arte moderna pubblicato dalla band inglese nel lontano ’71, dieci canzoni che suonano vagamente Hard-Rock, realizzate in coalizione con diversi grandi musicisti e compositori, Nicky Hopkins, Ry Cooder, Marianne Faithfull e tanti altri ancora al servizio della clamorosa incisione, la cavalcata che risponde a tutte le esigenze, energia, dolcezza, rabbia, integrazione e tanta sensualità, i riff memorabili di Keith Richards (su tutti Brown Sugar e Can’t You Hear Me Knocking, tra i migliori di sempre degli Stones) i pazzeschi e animaleschi picchi vocali di Mick Jagger raccolti e miscelati sapientemente, grande maestria nei solchi che raccontano i primordiali suoni rock’n’roll e rythm’n’blues. Come già accennato precedentemente non pensiate di trovare liriche contenenti buoni sentimenti, amori impossibili o altre patetiche svolte ottimistiche, qui il gioco si fa duro, tutto gira intorno alla droga, la prima traccia, la seconda e via discorrendo, Sister Morphine, tutto un riconducibile alla mancanza di fiducia nel mondo e suoi pilastri, solo ed esclusivamente auto-celebrazione nell’arte e stima nel proprio sconfinato talento.

Oltre a Richards e JaggerMick Taylor, Bill Wyman e l’inossidabile Charlie Watts, cinque leggende, cinque inestimabili maestri che in questo album si raccontano senza censure mettendo a nudo i vizi di una vita al massimo, cinque cavalli pazzi alla testa del carrozzone Rock&Roll.

Il disco viene pubblicato il ventitré Aprile (1971) nel Regno Unito e successivamente negli Stati Uniti, precisamente il primo maggio dello stesso anno, la fine del rapporto con la Decca Records procura non pochi grattacapi alle pietre rotolanti che si trovarono a divincolarsi per anni tra live e tribunali. Il lavoro ha nelle parti strumentali a fiato una delle più celebri particolarità ma la sua incredibile fama cresce a dismisura dopo l’uscita anche per la famosissima copertina ad opera del re della Pop-Art Andy Warhol, artwork tra i più iconici di sempre, tanto rumore per lo scatto ritraente dei jeans in primo piano con tanto di rigonfiamento nelle parti intime, vietata e sostituita nella Spagna Franchista degli anni ’70 e in seguito modificata al momento dell’esordio in vinile nella Russia post-comunista. Per non farsi mancare nulla gli Stones registrano sotto la supervisione di Jimmy Miller in diversi studi passando anche dai mitici Muscle Shoals Sound Studios in Alabama, una chicca.

Bisognerebbe trovare un momento sempre più di frequente per concederci a questa pietra miliare, lasciar fuori problemi e stress e spensierati unirsi a tutto volume alle note di pezzi immortali come Sway, Wild Horses la già citata Brown Sugar o planare sulle sonorità country-blues/rock di You Gotta Move dopo di che continuare il viaggio, magari poco sobri, con la tossica Sister Morphine, Bitch e la conclusiva Moonlight Mile.

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