Above

My pain is self-chosen River of Deceit

Un fiume di sostanze e straziante autodistruzione attraversa le vie, le giornate di Seattle scorrendo nelle martoriate vene di molti protagonisti della scena musicale cittadina nei primi anni ’90, l’improvvisa notorietà arrivata senza preavviso, cercata, bramata ma in realtà incompresa e mal gestita ha amplificato le dipendenze, le scappatoie di giovani annoiati e assuefatti al grigiore della società circostante. Le difficoltà di una generazione di punk empatici nel rapportarsi con il mondo e l’obbligo di diventare adulti troppo in fretta per uscire dall’anonimato, scappare velocemente da una fetta d’America periferica, spesso tagliata fuori dal circo musicale, hanno segnato le opere prodotte nel periodo da band e songwriters locali, queste lacerazioni emotive e le conseguenti cadute nell’oblio di rimedi artificiali sono state cantate e suonate da autori che hanno spesso pagato dazio, altri invece superate le inquietudini giovanili sono comunque rimasti vittime di fantasmi difficili da allontanare.

Wake up, Young Man
It’s time to wake up.
Your love affair has got to go
For ten long years.
For ten long years
The leaves to rake us
Slow suicide’s no way to go, (Oh-oh.)
Blue clouded gray
You’re not a crak-up
Dizzy and weakened by the haze.
Move in onward
So when infection not a phase
Yeah Wake Up

E’ necessario rileggere i momenti e le situazioni per meglio comprendere il significato di dischi fondamentali e unici, vite raccontate e immortalate con lo svilupparsi del fermento artistico sulle sponde del Puget Sound, la città dimenticata che involontariamente diviene il centro vitale della musica mondiale, la lente di tanti avvoltoi si posa sulle fragili esistenze arroccate all’ombra dello Space Needle, studi di registrazione, locali lordi e squallidi, produttori indipendenti che vengono catapultati dai media nel calderone del “Grunge”, etichettati e confezionati a prova di mainstream con il benestare e la complicità di molti, non di tutti, un’abbuffata che ingrassa discografici, critici, major e sopratutto pusher lasciando ai veri protagonisti di quell’esplosione creativa solo le briciole. La scena nata quasi per strada, sviluppatasi con urgenza e voglia di urlare un malessere represso insito alla scena giovanile di quella regione viene svenduta e mercificata, le storie di famiglie distrutte dalle separazioni, dalle precarie condizioni lavorative e quindi economiche hanno creato l’humus capace di trasformare i problemi di tanti figli nella fortuna di pochi adulti, la città di Seattle e le zone limitrofe sono il teatro dove eredi di boscaioli, disoccupati, alcolizzati e depressi, vittime di un mercato di anime disincantate e rinnegate dalla società post-Vietnam prima e repubblicana reaganiana poi riescono a concepire alcuni dei capolavori Punk-Rock più importanti e seminali del decennio nineties e forse di sempre. Un lasso di tempo breve ma intensamente significativo segnato dalla vena autodistruttiva dei suoi interpreti.

I’m above
Over you I’m standing above
Claiming unconditional love
Above I’m Above

Verso l’esaurimento di quel lampo folgorante, dopo tante fortunate pubblicazioni di successo planetario si possono contare le vittime sacrificali, band sfasciate e situazioni al limite, oltre a Rehab di gruppo per tentar di salvare il salvabile, proprio in quel caos che raffigura fedelmente l’immagine della casa che si presenta la mattina dopo un party senza regole, il delirio che lascia il passo alla desolazione nasce il supergruppo in grado di piazzare il colpo di coda di quel meraviglioso periodo dorato, di una ruggente epopea.

I Mad Season nascono così, casualmente, l’occasione è data dall’incontro in un centro per riabilitare alcolisti e tossicodipendenti di Minneapolis del chitarrista solista dei Pearl Jam Mike McCready ( reduce dalle complicate e segnanti sessioni di Vitalogy) con il bassista blues John Baker Saunders (in seguito The Walkabouts), i due iniziano sotto il segno del recupero, del rilancio delle loro vite a frequentarsi provando a suonare insieme prima di tornare a Seattle e contattare un’altro abituè dello stesso centro, ennesimo eroe di quel tempo schiavo della piaga eroina, Layne Staley, frontman degli Alice In Chains. Una volta in città i due più Staley mettono insieme dopo diverse jam un gruppo provvisorio e parallelo alle loro band d’appartenenza, una sorta di side-project terapeutico per aiutarsi a vicenda nel tentativo di star lontani da certe brutte abitudini, specialmente Layne che vive qualcosa che va oltre la sola dipendenza. La formazione prende forma e si completa con l’innesto del batterista Barrett Martin (Screaming Trees) e del saltuario apporto di Mark Lanegan (Screaming Trees), cantautore oscuro e anch’esso amante e consumatore di pollo fritto Cit. codice Cobain, in pratica al momento delle prove al Cocodrile e delle successive registrazioni la band si trova a rappresentare ciò che la grande manna dell’underground divenuto popolare ha lasciato nell’aria e nel sangue di Seattle.

Il progetto diventa ben presto qualcosa di più intenso e fisico, il passaggio seguente è portare quella miscela di suoni e dolori su disco per realizzare l’opera omnia del SeattleSound, Above, questo il titolo della raccolta che racchiude sentimenti e pentimenti, un lavoro che non ha precedenti, sonorità inedite, elettrizzanti, un tocco decisamente diverso e influenzato soprattutto dal basso di Saunders che porta il sound ad un livello superiore, psichedeliche visioni legate a quel tempo, la struggente voce di Staley affresca le dieci canzoni incise crescendo traccia dopo traccia in un’apoteosi di maledetta bellezza. Il talento esagerato della line-up si fonde creando le fondamenta per un disco variegato, rock, jazz, blues e tanta poesia oltre ai richiami personali di ognuno degli interpreti. La battaglia che dovrebbe allontanare questi amici dalle loro dipendenze è in questi cinquantacinque minuti e le liriche raccontano questi tentativi, la scelta di vivere, di invertire un destino che per qualcuno è tremendamente scritto. Il tempo emetterà la sua condanna da li a poco portandosi via prima John B. Saunders nel ’99 e di seguito la mirabolante e straziante vita di Layne Staley, (2002), comune denominatore l’eroina. Vittime dello stesso male di esistere, di confrontarsi con una realtà distorta come altri prima e dopo di loro, non necessariamente nati ai piedi del “The Mountain” (Mount Rainier) ma venuti a contatto con quella terra di confine e le sue misteriose nubi, Cobain (Nirvana), Andrew Wood (Mother Love Bone), Kristen Marie Pfaff (Hole) e Stefanie Sargent (7 Year Bitch) per citarne alcuni precedenti l’uscita di Above, mentre più recentemente la maledizione ha colpito altre anime inquiete del periodo allungando il triste bollettino, Mike Starr (Alice in Chains) nel (2011) e l’indimenticabile padrino di tutto il movimento, Chris Cornell (Soundgarden, Temple Of The Dog, Audioslave) Seattleite fino al midollo.

Above viene pubblicato dalla Columbia Records il quattordici marzo ’95 dopo le registrazioni consumate ai Bad Animals Studios di Seattle, nel (2013) esce in qualche modo postuma la versione deluxe rimasterizzata con l’aggiunta di cinque tracce inedite, tre delle quali cantate da Lanegan, pezzi che avrebbero dovuto entrare nel secondo disco della band mai terminato, compresa una cover di John Lennon, I Don’t Wanna Be a Soldier Mama, a completamento del Box il leggendario Live at The Moore registrato il ventinove aprile ’95 al Moore Theater di Seattle.

Do the laughs die when one such as I run
And allow myself time for own true needs
When convincing me that you’re on my team
May not lie to me but not mentioning
So sit back and have
An hysterical laugh at tiny holes
Buy and trade men’s souls
X-ray mind reads plenty
Worth no more than pennies X-Ray Mind

Nella versione originale di Above si coglie il crepuscolo spettrale che avvolge la città di smeraldo dopo la morte di Kurt Cobain, si sente il calpestio dei tanti talent-scout e discografici che abbandonano la nave in lento ma costante affondamento, una discesa inesorabile che incede portandosi dietro storie, vite e una serie di canzoni immortali, tutti sentimenti, sensazioni che i Mad Season raccontano nelle strofe creando una sorta di contenitore emozionale capace di esemplificare in musica le pirotecniche carriere di band che hanno illuminato le notti di Seattle raccontando le loro debolezze, le grandi speranze disilluse e decadenti ma rimanendo legati indissolubilmente alla terra natia nonostante il successo, un territorio pregno di musica e sangue infetto descritto ed interpretato meravigliosamente da Layne Staley, il suolo una volta fertile che ora si lecca le ferite e guarda senza grande nostalgia il lungo giorno che se n’è andato.

I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know who I am
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know who I am
Why we have to live in so much hate everyday? Oh yeah
Why the fighting and the coming down, am I sane?
I don’t know, yeah
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know who to be
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know anything
I don’t know who I am
Why we have to live in so much hate everyday? Oh yeah
Why the fighting and the coming down, am I sane?
I don’t know
When the teacher put the ruler down on my hand
I laugh
Cross my heart and hide reliever in trails of blood
I love I Don’t Know Anything

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