Blur

Tra la metà e la fine degli anni ’90 il genere musicale che passa più frequentemente in radio e con maggior visibilità in TV è il Brit-pop o Brit-Invasion che dir si voglia, la scena in crescita nel Regno Unito e in rotazione nel resto del mondo, effervescente fenomeno che sta piano piano rimpiazzando il Punk-Rock esploso all’inizio del decennio a Seattle e arrivato al capolinea dopo la morte di Cobain e il conseguente scioglimento di alcune band di riferimento. La nuova ondata di dischi d’oltremanica si divide in lavori estremamente ruffiani e altri interessanti, più diretti con chiari riferimenti e rimandi alla prima invasione Brit, quella Rock&Roll degli anni ’60. La fortuna discografica inglese del periodo è condizionata soprattutto dalle pubblicazioni di due gruppi agli antipodi tra loro, Oasis e Blur, due diverse visioni e modi di sentirsi fieramente portavoce del nuovo sound in patria e non solo. La band dei fratelli Gallagher sta riscuotendo un clamoroso successo planetario dopo l’uscita del best seller (What’s The Story) Morning Glory? e si trova in procinto di tornare in pista con il terzo lavoro in studio, mentre i “rivali” Blur di Damon Albarn arrivano da due dischi importanti anche se in modo differente e con differenti fortune commerciali, Parklife che riceve un buon riscontro sia critico che in termini di vendite mentre The Great Escape sembra funzionare soprattutto tra i teenager ma non raccoglie i frutti sperati nei negozi. Entrambi gli album sintetizzano fedelmente il suono in voga, due opere imprescindibili per la carriera dei Blur e la scena in generale, Pop essenziale pieno di chitarre e arrangiamenti brillanti, ballate e Post-Punk da classifica, il tutto confezionato in modo fantasioso ed estremamente goliardico. Personalmente sono combattuto, da una parte l’arroganza, la strafottenza giovanile della band di Manchester, dall’altra le stravaganze festose dei Blur, una piacevole incertezza che forse trova il punto di svolta, la risposta dopo l’ascolto dell’ultima innovativa fatica dei quattro di Colchester.

Probabilmente tutto quel luccicare, quelle pomposità indicano la strada da prendere al gruppo per non implodere, il chitarrista Graham Coxon e Damon Albarn decidono di prendersi un periodo di clausura rintanandosi in Islanda insieme al resto del gruppo per lavorare alla realizzazione di un nuovo capitolo, il quinto, ispirato da intenzioni più bellicose, ricerca di suoni più accattivanti, elaborati, tracce che mettano da parte lustrini pop e pezzi facili per nuova musica più complessa ed alternativa. Il materiale che prende forma sull’isola nordica è sensazionale, un lavoro di rottura, sonorità e liriche che mettono da parte il chiassoso Brit-Pop adolescenziale per confluire in tracce più dure, ruvide, mature, Indie-Rock pesantemente influenzato dall’ambiente islandese e da ascolti d’oltreoceano. Il proverbiale patriottismo inglese degli inizi viene superato a favore di una visione più ampia della musica, i Blur mostrano un volto del tutto nuovo a partire dal titolo del disco, semplicemente Blur, come a rimarcare il piglio differente e un cambiamento sostanziale, la svolta che mette una pietra sul recente passato. La versione cruda, Lo-Fi pone il gruppo in posizione di controllo, registrando questa serie di canzoni cosi’ diverse dalle abitudini si concedono serietà e profondità sconosciute prima di allora, questi ragazzi iniziano seriamente a convincermi, a piacermi, quattordici tracce che il dieci febbraio ’97 iniziano la rivoluzione personale comandata da Albarn e soci. Il disco non si concede più a riff e ritornelli piacioni, facili, se non in brevi e circoscritti attimi come l’opener Beetlebum e la Punkeggiante Song 2, per il resto tutto risulta più cupo, complicato ma interessante, una serie di rinnovate aspirazioni che trasformano l’aspetto della band in modo definitivo segnando il futuro artistico dei Blur che colgono l’eredità più sperimentale di questo prezioso capolavoro sviluppato solcando atmosfere suggestive, alternando impennate acide a tratti psichedelici.

Risalendo il fiume di suoni sporchi che compone l’album oltre ai due pezzi già citati bisogna soffermarsi attentamente nell’ascolto del Blues-Rock di Country Sad Ballad Man, la chitarra di Coxon in On Your Own, acida, sospesa tra Pavement e Happy Mondays, tante altre linee melodiche che fluttuano, ondeggiano nelle canzoni trasmettendo esperienze ed immagini, ballad Folk, aride e oscure che segnano nella sua interezza il disco. La vetta emotiva si palesa alla numero sette, giusto a metà del viaggio, trafiggendo l’anima con il suo incalzante Guitar-Hero, You’re So Great, scritta, suonata e cantata da Coxon, canzone che mette il punto esclamativo sul cambio di rotta della produzione Blur lasciandoci la certezza che acquistando il lavoro si va in contro a qualcosa di veramente grande, inconsueto, un mix di generi, una varietà di stimoli sorprendenti, libertà espressiva, improvvisazioni e tanto, tanto coraggio.

At the music heist

I met the gourmet man
With aluminum lungs
Sucks all we canSeek the whole world go flip
In a stunt bug style
With a cellulite pile

But he can smileThis is the music And we’re movin’ on, movin’ on We’re sticky eyes and sticky bones You get no time on your own You get a dose and get a ghost
You get it coast to coast
Dye your hair black
Get Satan tattooed on your back
Pierce yourself with a coke can
Put yourself in fake tan now you’re in a band
Cause this is the music And we’re movin’ on, movin’ on
Hey, this is the music

And we’re movin’ on, movin’ on
No matter how low, there’s always further to go
We’re movin’ on, movin’ on
We’re movin’ on, it won’t be long
We’re movin’ on, it won’t be long
Movin’ On

di Gianluca Crugnola

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