Jar Of Flies

Quattro musicisti in totale solitudine interiore, impegnati con risultati sorprendenti in jam session alcoliche e malinconiche, uno studio saturo di turbamenti e inquietudini da raccontare in modo intimo, personale pronto ad accogliere le note che convergono nella trasfigurazione da sensazioni a bellissime canzoni alternative dalle liriche estremamente emotive. Il risultato ipnotico è l’EP Jar Of Flies, disco semi-acustico pubblicato dagli Alice In Chains il venticinque gennaio ’94 balzato immediatamente e non senza sorpresa al primo posto della classifica di vendite americana del periodo, fatto inedito per un Extended Play. Il mini-album entra di prepotenza nel novero delle pietre miliari del prolifico decennio, un’assoluta novità per la scena alternativa di Seattle abituata a tutt’altre sonorità prodotte dalla band reduce dal grande successo del secondo LP Dirt e dal primo tentativo acustico, l’EP Sap. Nell’ultima vincente uscita le ambientazioni sono meno claustrofobiche che in passato, meno opprimenti, i testi di Layne Staley e Jerry Cantrell evocano espressività e indolenza, scenari suggestivi che raccontano le maledizioni di tutta una generazione di artisti prigionieri delle più pesanti dipendenze.

Sette gemme che impreziosiscono la lanciatissima carriera degli AIC, un’opera anticonvenzionale in quel preciso momento storico particolarmente incline a suoni distorti, violenti e Punk, Jar Of Flies arriva a tutti gli effetti sperimentale, nelle melodie, nelle sovra incisioni della voce di Staley e nella copertina pensata da Cantrell; un riferimento che collega i ricordi di esperimenti scolastici riguardanti l’adattamento e la sopravvivenza di insetti rinchiusi in barattoli alla situazione attuale del frontman, sempre meno propenso nell’adeguarsi al mondo, piuttosto restio a farsi aiutare da amici e colleghi, atteggiamento che spinge Layne lungo la discesa senza freni nello sprofondo, nella sua stanchezza di vivere schiavo dell’eroina.

Il nuovo capitolo firmato AIC prende vita e viene modellato nei London Bridge Studio di Seattle nel tempo record di soli sette giorni, alienazione e sensibilità nell’esperienza sonora che regala questo disco, la voce sofferente e sconfitta di Staley disegna picchi sensoriali ispirati e mai esplorati prima, un viaggio acustico che porta l’ascolto alle porte dell’inferno lasciando il solo Layne a confrontarsi con le ombre dell’inconscio in continuo aumento. Ogni parte vocale un lamento, un brivido lungo la schiena. Il lavoro messo in commercio dalla Columbia Records si dimostra una prova molto convincente, una serie di preziose perle a partire dalla prima traccia Rotten Apple, blues nei modi e nelle intenzioni, poi la meravigliosa Nutshell, uno dei migliori momenti dell’intera loro carriera, poesia pura e via di seguito gli altri pezzi incisi, una raccolta di struggenti ballate che assumono con il passare del tempo una grandissima rilevanza storica nella rilettura del fenomeno SeattleSound, una fotografia a testimonianza della fervente e animata rivoluzione artistica erroneamente denominata Grunge. L’urgenza compositiva degli AIC di Jar Of Flies ci ricorda la fine dell’innocenza nelle melodie senza che ci si possa soffermare a riflettere sull’evoluzione nei rapporti umani che si fanno complicati ma comunque sinceri e passionali, una confessione spassionata al proprio ego, in poche parole adulti senza nessuna scusa.

di Gianluca Crugnola

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