Let It Bleed

Mentre la band lavora alla registrazione di You Can’t Always Get What You Want, Jones chiede a Jagger: Cosa posso suonare?. La risposta di Jagger è eloquente: Non so Brian, cosa riesci a suonare?. Questa in sintesi la condizione di Brian Jones all’interno della band da lui fondata durante le sessioni di Let It Bleed, ottavo album in studio del gruppo inglese. Il titolo è premonitore, un triste presagio che anticipa l’addio di Jones, prima cacciato dai Rolling Stones per la sua totale inaffidabilità accentuata dall’abuso costante di alcool e stupefacenti, poi morto sul fondo della sua piscina qualche mese dopo la pubblicazione del disco. Let It Bleed è di fatto l’ultimo lavoro che vede un seppur minimo contributo di Jones, licenziato e rimpiazzato da Mick Taylor in corso d’opera. Una nuova era per le pietre rotolanti che creativamente riporta alle prime pubblicazioni seppur con arrangiamenti e prospettive totalmente differenti, nove tracce fortemente influenzate da blues e country, la seconda canzone in tracklist, Love In Vain, si pone a manifesto dell’album e la firma è del mitologico Robert Johnson. Gli Stones devono dar seguito al capolavoro Beggars Banquet e per far questo attingono a tutte le loro capacità stilistiche, emozionali riuscendo a far convergere una serie di collaborazioni di livello assoluto, Ry Cooder, Bobby Keys e altri nomi già noti nel loro staff. Per la prima volta Keith Richards e’ voce solista in un brano inciso, You Got The Silver, il risultato spinge il chitarrista oltre il ruolo di spalla di Mick Jagger, suo analogo in fase compositiva. Let It Bleed rilasciato prima negli States ha un ruolo transitorio e significativo per la storia del Rock, un biglietto di sola andata per il decennio seventies che pone fine alla controcultura hippie a suon di piombo e lancia la band verso nuovi approdi, nuove sfide che culminano con altri incredibili successi. Il 1969 porta con sé non solo la nuova lineup per il gruppo britannico ma anche il terribile omicidio al concerto gratuito di Altamont, esattamente il giorno dopo del rilascio europeo del nuovo disco, un altro fattaccio che riscrive la storia del music business e ancora una volta anche se involontariamente sono i Rolling Stones a metterci l’inchiostro. Mick Jagger conduce le danze per l’ultimo ballo anni sessanta, la festa con tanto di torta a sorpresa si apre con un pezzo immortale, profondo allo stesso tempo apocalittico, Gimme Shelter, proseguendo con altri gioielli, Country Honk, Midnight Rambler, Monkey Man, brani che mostrano chiaramente lo stato di grazia della banda Stones. Let It Bleed funge da opera portante per tutta l’immensa e duratura carriera dei ragazzacci con simpatie demoniache e trova posto perfettamente a cavallo di epocali e radicali cambiamenti, alcuni consapevoli altri fortuiti, You can’t always get what you want

di Gianluca Crugnola

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