Strange Days

Giorni strani questi che ci hanno trovato
Giorni strani questi che ci hanno pedinati
Stanno per distruggere
Le nostre gioie occasionali
Dobbiamo continuare a giocare
O trovare un’altra città

Strani occhi affollano strane stanze
Voci segnaleranno la loro stanca fine
La padrona sta sogghignando,
I suoi ospiti dormono dopo aver peccato
Ascoltatemi mentro parlo di peccato
e capisci che il punto è questo

Strani giorni ci hanno trovato
e attraverso le loro strane ore
noi indugiamo nella solitudine
Corpi confusi
ricordi abusati
mentre fuggiamo dal giorno
Verso una strana notte di pietra

Strange Days, The Doors

Poeti, artisti di strada, bizzarri personaggi che vivono strani giorni e fredde notti al chiaro di luna. Sullo sfondo la 36esima di Manhattan, alienazione e ostilità nelle vite che racconta, accoglie una città come New York, musa ispiratrice del secondo risolutivo, esplicito album dei Doors. La Grande Mela ma l’America tutta sta vivendo giorni stranissimi, l’escalation bellica nel sudest asiatico, la disobbedienza civile, le discriminazioni e quel lisergico presagio che dalla West-Coast sta espandendosi in tutti gli States, anche nella metropoli che Andy Warhol plasma a suo piacimento attraverso le sperimentazioni dello spazio ideologico Silver Factory, laboratorio artistico sulla 47ª, fucina della corrente culturale Pop Art, nonché ritrovo di stravaganti, decadenti personaggi spesso occasionali, celebrità e musicisti in cerca di sballo, vita mondana e stranezze appunto. Di passaggio anche i Doors ma soprattutto Jim Morrison attratto dal rivoluzionario genio comunicativo di Warhol, dalle teutoniche forme della femme fatale Nico, artista in orbita Factory e abitudinario dei famosi festini anfetaminici, alcoolici organizzati nella location newyorkese.

La gente è strana, quando sei uno straniero, i volti ti guardano disgustati quando sei solo. People Are Strange

Se l’omonimo debutto deve molte delle sue fortune all’immagine promossa lungo il Sunset Boulevard di Los Angeles dalla Elektra Records; enormi cartelloni pubblicitari raffiguranti la band sullo sfondo, in primo piano l’iconica immagine di Jim. Scelta dettata da Holzman, boss dell’etichetta deciso a puntare tutto sulla carica sessuale del frontman piuttosto che attingere dalla musica contenuta nel disco. Il gruppo contrariato dalla copertina scelta per l’eponimo The Doors impone alla label lo scatto di Joel Brodsky, set realizzato con mezzi di fortuna, dilettanti allo sbaraglio che meglio di tante parole definisce gli aggettivi strano, singolare, estraneo o straniero, del tutto inconsueto. Strange Days ha nelle sue tracce tutti questi richiami, sperimentazioni allucinogene, stranezze sonore e quella vena folle, scherzosa, asimmetrica che la cover mette in mostra. Il nuovo capitolo distante solo nove mesi dall’esordio non bissa i clamori del precedente ma contiene tutta l’essenza poetica di Jim, le mirabolanti capacità strumentali di Manzarek, la magia sixteen e diverse novità nel sound, nelle avanguardistiche tecniche di registrazione utilizzate dal produttore Paul A. Rothchild ai Sunset Sound Recorders di L.A. Rothchild assimilato l’incredibile successo di The Doors cerca un compromesso che possa garantire un ritorno commerciale soddisfacente senza snaturare l’opera concepita dai quattro, il risultato di tale arrangiamento è Strange Days, disco innovativo, memorabile nonostante manchi di hit radiofoniche ma allo stesso tempo affermazione di massa, ascesa inarrestabile del gruppo di Venice Beach che consapevole della propria fama e del carismatico ascendente sui movimenti giovanili sussurra in When The Music’s Over, vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. Il messaggio è chiaro, puro, come per tutti e dieci i brani che partendo dall’opener presentano un tappeto sonoro complesso e variegato, blues, jazz e psychedelic rock nelle pelli percosse da John Densmore come nelle corde pizzicate da Robby Krieger, mentre Ray Manzarek, supportato per l’occasione dal basso di Doug Lubahn, crea l’atmosfera surreale, tesa e visionaria propria del cantato di un Morrison inquieto, teatrale, portavoce delle instabilità sociali, dei turbamenti. Strange Days conferma la natura spiazzante dei Doors, la propensione a costruirsi una propria credibilità attraverso nuove, acide esperienze, melodie prive di riferimenti, in qualche modo hippie senza che questo li contestualizzi, non ci sono elementi sufficienti nelle loro canzoni per definirli classici, per collocarli in movimenti e scene dell’epoca, unici, forse strani, eccentrici ma assolutamente inediti. Immorali e immortali. I Doors spingono l’eccesso oltre i canoni conosciuti, le controculture, si confrontano con pubblico e media senza argomentare l’amore inteso come semplice visione di pace e gioia ma introducendolo figurativamente con sesso e perversione, amplessi intensi, vita e morte nel primordiale, grottesco affresco noir offerto dalla rivoluzione culturale fomentata dal quartetto californiano, sapere, conoscere, poesia, il tutto eccitato dall’immancabile utilizzo smodato di LSD. Strange Days è anche molto altro, riconoscibili nella scaletta pezzi di caratura e portata storica, ambiziosi e indefinibili nel tempo, People Are Strange, la primissima gemma di Morrison, Moonlight Drive, la Title-track Strange Days, Love Me Two Times, When The Music’s Over e qualche episodio meno conosciuto ma non per questo trascurabile, You’re Lost Little Girl e My Eyes Have Seen You ad esempio, il tutto esaltato da incisioni pulite, nitide, in contrasto con la scrittura densa, introspettiva materializzata dai The Doors. Giorni strani raccontati da 35 minuti che valgono l’eternità.

Di Gianluca Crugnola

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2 pensieri riguardo “Strange Days

  1. Grande pezzo di un album meraviglioso

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