Sweet Black Angel

Exile on Main Street è il doppio album di studio che i The Rolling Stones pubblicano il dodici maggio del ’72 attraverso la loro label Rolling Stones Record.
Exile on Main St. il loro disco più sottovalutato in generale, meno conosciuto ai più e forse meno compreso nonostante in realtà risulti a distanza di anni tappa fondamentale per la band inglese, a mio avviso il capolavoro più luccicante della loro discografia e forse uno dei più significativi dell’intera storia del Rock&Roll. Chiacchiere e maldicenze riguardanti le Jam, le iniziali registrazioni e tutto il pre-produzione tingono di leggenda la realizzazione di questo lavoro a partire dal titolo provvisorio Tropical Disease (Malattia Tropicale) per arrivare a quello definitivo che racconta dell’esilio dorato nel sud della Francia, precisamente ospiti della mitologica Nellcôte, sontuosa residenza estiva di Keith Richards nell’estate del ’71. Qui, a pochi passi da Nizza, la band si ritrova per sfuggire al fisco inglese e plasmare, incidere durante il lussuoso soggiorno farcito di droghe e feste la maggior parte del materiale che da vita ad Exile. I sotterranei della Villa trasformati in studio di registrazione trasmettono serenità alla band e l’atmosfera distesa, rilassata, la fervida creatività si colgono nelle tracce, soprattutto nei riff di Keith, assoluto protagonista di questo disco e delle scorribande allucinogene nel periodo. Le lavorazioni si svolgono quasi esclusivamente in notturna, ritagliandosi spazio tra le presenze costanti di visitatori illustri quali Gram Parsons e William S. Burroughs e il consumo smodato di stupefacenti. Le conclusive registrazioni si svolgono a Los Angeles ai Sunset Sound dove vengono coinvolti oltre alla formazione ufficiale altri talenti musicali, il pianista blues Nicky Hopkins da tempo collaboratore degli Stones, Bobby Keys, jazzista anch’esso già in orbita pietre rotolantine e oltre a Jimmy Miller, batterista e produttore coadiuvato da Mick Jagger dell’album anche il trombettista Jim Price. Il risultato di tanta maestosità artistica si misura nella commistione di generi, Blues-Rock, Gospel, Rock’n’Roll, Country che attraversa i brani del lavoro, manifesto della capacità del gruppo inglese di calarsi nelle sonorità popolari d’oltreoceano come nessuno. Decimo tassello di un mosaico leggendario che vede gli Stones spiccare il volo definitivo verso l’immortalità e dal quale è difficile scegliere tra tante canzoni memorabili quali migliori di altre dal momento che l’opera è concettuale e l’intero album è sorretto dalla ricerca alle origini della musica nera, libertà e schiavitù come esperienze oniriche che segnano profondamente suoni e immagini di Exile. Cito per piacere personale l’opener Rocks Off, Tumbling Dice (singolo apripista), Happy (cantata da Richards), Turd On The Road, Sweet Virginia e in fine l’evocazione soul di Let It Loose. Un piacevole esilio spirituale

di Gianluca Crugnola

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3 pensieri riguardo “Sweet Black Angel

  1. Che spettacolo Shake your Hips

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      1. Sono molti quelli degli Stones che amo

        Piace a 1 persona

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