Nevermind

L’approccio al secondo lavoro di Cobain e soci è arrivato intenso, viscerale e quasi del tutto casuale. Posato sul piatto del mio giradischi dell’epoca ha iniziato a girare, urlare e farmi sognare traccia dopo traccia attraverso l’onnipotenza espressiva dei solchi più sconvolgenti di quegli anni, roba da disadattati, come me d’altra parte a 15 anni quasi 16 ma anche più tardi. Nevermind, una terrificante scarica adrenalinica e la sicurezza che nulla sarebbe stato più come prima; da Seattle era sbarcata la nostra occasione di sentirci parte di una nuova rivoluzione culturale, toccava noi coglierla. La scoperta di questa rivoluzione passata da un garage, una festa tra amici, la folgorazione, Smells Like Teen Spirit. Quel riff, quella rabbia repressa, una figata in heavy rotation e la certezza sul disco da possedere assolutamente, l’inizio di una storia d’amore che dura da allora, anni nei quali ho approfondito la conoscenza dell’opera, letto e riletto le strofe di Kurt Cobain cercando di cogliere tutte le sfaccettature di quello che oggi si può serenamente definire album epocale, lavoro di rottura e pietra miliare degli anni 90, la risposta violenta, cruda e autentica al decennio che lo ha preceduto, alle popstar viziate, a rockstar cotonate in vetrina cavalcando la corsa sfrenata al consumismo, Nevermind, la scelta spirituale in un mondo materiale. L’umanità ringrazia

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Nevermind viene pubblicato dalla Geffen Records il 24 settembre 1991 dopo un massiccio e convulso processo di pre e post produzione con diversi cambiamenti in corsa. I lavori iniziano nell’aprile 1990 agli Smart Studios di Madison, Wisconsin, sotto la regia del produttore Butch Vig, suggerito alla band di Aberdeen da Bruce Pavitt della Sub Pop che ancora ha sotto contratto i Nirvana al momento delle prime registrazioni e il titolo scelto provvisoriamente per il nuovo album è Sheep. Vengono prodotte 7/8 tracce, solo alcune di queste finiscono modificate o cambiate del tutto sul disco, Imodium( futura Breed), In Bloom, Pay to Play (Stay Away) e Polly, dopo di che sfruttando questi demo il gruppo si mette in cerca di una major disposta ad investire su di loro. Le aspettative crescono, la DGC firma la band e le lavorazioni riprendono a Van Nuys in California, qui nei famosi Sound City Studios incidono il disco della vita. La produzione rimane nelle mani di Vig nonostante le pressioni della nuova etichetta propensa ad affidarsi altrove, non la band che vincola le incisioni alla presenza in regia di Butch. Del materiale registrato in Wisconsin resta la sola Polly, tra l’altro con le parti originali di batteria di Chad Channing, sostituito in corso d’opera dall’ex batterista degli Scream, Dave Grohl. Il missaggio finale viene invece affidato a Andy Wallace che pulisce in modo chirurgico il suono di Nevermind, dando alla luce il disco che tutti conosciamo anche se Cobain avrà modo di lamentarsi di questo.

Prima di addentrarmi nel descrivere le singole tracce voglio spendere due parole sulla copertina, decisamente d’effetto, non si può restare indifferenti di fronte al famoso scatto in piscina che immortala un bimbo attratto da un dollaro posto ad esca, una foto iconica che diventa cover leggendaria prestandosi a varie interpretazioni; fine dell’innocenza, avidità, un’accusa nemmeno troppo velata al consumismo americano, etc.. Il bimbo in questione, tale Spencer Elden, figlio di amici del fotografo Kirk Weddle, permette al tempo di portare a casa un piccolo, misero compenso per la famiglia, 150 dollari, ma in seguito un grandissimo regalo donato dai Nirvana stessi per riconoscenza alla disponibilità, il disco di platino di Nevermind.

Tazza di caffè fumante vicino al notebook, tempo uggioso, mi sembra che gli elementi per ripercorrere le canzoni di questo capolavoro d’arte moderna ci siano tutti, posso provarci, lasciar girare il mio vinile. Teen spirit appunto, Smells Like Teen Spirit, traccia che apre la tracklist e prepara l’ascolto del nuovo lavoro in studio della band di Aberdeen, lontano anni luce per produzione, ambientazione e struttura del sound dal precedente Bleach targato Sub Pop e Jack Endino, Teen Spirit primo singolo estratto lancia la bomba planetaria dell’alternativerock a portata di tutti, irrompe nel mainstream, scaraventa in prima pagina un fenomeno locale e travolge tutto e tutti, Nirvana compresi, la sua violenza punk miscelata sapientemente al pop rende questo pezzo capace di catturare e rendere ogni altra cosa superflua, il riff di chitarra più famoso degli ultimi 30 anni introduce al malessere di Kurt, quattro accordi sono la struttura dell’anthem che ogni gruppo vorrebbe aver scritto in carriera, un manifesto per la generazione detta X e per il fenomeno che da li a poco sarebbe diventato di portata mondiale, un miracolo sociale fatto di converse, jeans strappati e camicie da boscaioli in flanella, un ciclone. In Bloom, altro singolo estratto dal riff punk rock, questa canzone divenuta famosa anche grazie al riconoscibile videoclip ha tutte caratteristiche care al SeattleSound dei primi ’90, parole prima quasi sussurrate poi urlate, un’assolo acido a un ritornello memorabile si alternano a liriche polemiche in modo ironico. Sell the kids for food,weather changes moods, spring is here again..reproductive glands canta Kurt nella prima strofa, il tutto poggiato sul giro di basso laconico orchestrato da Krist Novoselic.

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Il cartello che accoglie i visitatori ad Aberdeen, città natale di Kurt Cobain recita Vieni come sei e il titolo sembra invitare a lasciarsi alle spalle il peggio, guardare avanti ma in realtà la vena compositiva di Cobain è difficile da decifrare, contorta trascina nell’apatia, nella malinconia depressiva di questa canzone che posa le sue strofe sul geniale basso di Novoselic. Come as you are è da subito leggendaria, semplice melodia con l’epicità tra le note che rende immortali questi 3.39 minuti. Poi ci sarebbe da parlare dei versi and i swear that i don’t have a gun, no, i don’t have a gun ma non voglio soffermarmi sui tristi presagi presenti in molte tracce del disco. Breed è un pezzone punk-hardcore, devastante la versione live, una fuga disperata dalle responsabilità (il testo suggerisce questa interpretazione) con riff incendiari, abrasivi che fanno muovere la testa. Un break prima di immergersi nella magica e schizofrenica Lithium, traccia portante, singolo anch’esso di grandissima presa, gioiello malinconico e arrabbiato quasi spirituale pur tenendo le distanze dalla religiosità intesa come tale, grande irruenza nei suoni e nelle parole che raccontano la ricerca di una cura contro gli sbalzi d’umore utilizzando il litio appunto. Lithium diventa anch’essa colonna sonora per la generazione reduce dagli eccessi anni ’80, musicalmente strofa- ritornello con la voce di Kurt prima timorosa poi esplosiva con dimensione assolutamente live. Un banalissimo giro di accordi, una chitarra acustica e il dialogo drammatico tra una ragazzina e il suo stupratore, questa è Polly, minimale ma efficacissima, canzone che lascia una sensazione di disagio ispirata da un fatto realmente accaduto a Tacoma nel 1987, Kurt legge di questa brutta storia su un quotidiano e viene profondamente scosso, immagina scrivendo il testo il possibile scambio tra i due, Polly è la traccia cantautorale di Cobain più intensa e intima posta a conclusione del lato A. Il lato B inizia con il pezzo più fisico dell’intero album, Territorial Pissings, terrificante rasoiata che arriva come un pugno nello stomaco, dolore senza regole, urla e paranoia che trasformano la musica dei Nirvana in energia pura, impossibile ascoltare T.P. senza farsi coinvolgere in balli folli. Grohl sugli scudi. Drain You è una delle composizioni più interessante di Kurt, parla d’amore a modo suo e si poggia su una base musicale quasi spensierata a tratti sperimentale, la più vicina alle sonorità Sonic Youth, cari a Cobain e legati anch’essi alla Geffen Records. Novoselic domina la scena nei primi secondi della Lounge Act che segue con il suo giro di basso immediato, pezzo che parte piano per crescere alla distanza esplodendo in Truth covered in security. I can’t let you smother me. I’d like to but it wouldn’t work. Trading off and taking turns. I don’t regret a thing strofa centrale, Kurt urla con rabbia la sua condizione e rende epico anche questo solco. Stay Away, decima traccia di Nevermind, brano prestato al pogo più selvaggio, Stay away god is gay parole che racchiudono meglio che in ogni altra lirica il Cobain-pensiero lasciando percepire chiaramente il contorto rapporto del cantante con la religione, la spiritualità e Kurt non fa nulla per nasconderlo urlando questi versi al mondo. On a Plain è l’episodio meno interessante del novero, forse perché troppo leggera, pop, scritta presumibilmente come riempitivo in attesa del gran finale. Gran finale appunto affidato alla ballad in acustica Something in The Way, due accordi e la voce cupa di Kurt che racconta giornate vere o immaginarie passate in gioventù da vagabondo a dormire sotto i ponti di Aberdeen, toccante, quasi divina, Something in the way sfiora l’immensità con la sua poetica e ci rilascia da Nevermind in modo sereno nonostante l’inquietudine del frontman e delle sue parole. Fine, anzi no, se fosse la stampa su cd ci sarebbe la ghost-track Endless, nameless non su vinile, almeno non sul mio, per me finisce qui.

Concludo con queste profetiche parole estratte dal testo di Smells like teen spirit , Our little group has always been and always will, until the end. Raccomandando i video dei singoli estratti da Nevermind per rivivere le emozioni che solo lo spirito giovanile sa farci provare.

di Gianluca Crugnola

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