Low Light

Sconvolgere le proprie abitudini, le funzioni biologiche, usi e consumi che cerchiamo di cambiare per adeguarci, per non sentirci estranei, fuori luogo in un tempo che è ancora il nostro, la parola rivoluzione che risuona e rievoca passate prese di posizioni ora superate, mettersi in gioco stando nella penombra costringe l’uomo a rivedere alcuni ideali o intestine diffidenze per aprirsi al mondo senza snaturare la propria essenza cercando la sostanza prima dell’estetica, questo nella vita di ognuno di noi come nell’arte, nella più rockeggiante e militante dimostrazione di talento, il Punk-Rock…

La vita dopo il grunge..

Esattamente il 3 febbraio 1998 la Epic Records pubblica il quinto album in studio dei Pearl Jam, Yield, il lavoro che fa seguito a No Code e riporta la band di Seattle alle sonorità degli esordi, meno propenso a sperimentazioni del precedente, melodie robuste e toni passionali con una magistrale performance interpretativa del frontman Eddie Vedder…. Con Yield si può parlare di disco rivoluzionario per i PJ, tutti i componenti per la prima volta partecipano attivamente alla concezione delle tracce portando pezzi completi e lavorandoci in corso d’opera, il gruppo diventa più democratico nella stesura dei testi e il risultato di tale cambiamento porta ad un’album meno accentrato dei precedenti, la crescita della band porta novità creative, riescono ad influenzarsi reciprocamente…. La produzione come per Vs, Vitalogy, No Code prima e Backspacer, Lightning Bolt poi viene affidata a Brendan O’brien e le registrazioni si susseguono tra gli Litho and Studio X di Seattle e i Southern Tracks Recording di Atlanta, vengono incise una ventina di canzoni ma solo tredici finiscono su Yield, 44 minuti esplosivi e trascinanti con un artwork essenziale. I singoli estratti dall’album sono due Wishlist e Given to Fly supportati da due b-side non contenuti nel disco, U per il primo e Leatherman per il secondo.

Yield parte fortissimo con la perentoria Brain of J, “Chi ha preso il cervello di Kennedy?” ritmo serrato che ci introduce all’ascolto di questo disco, seconda traccia la bellissima Faithfull, firmata McCready come la precedente, parte rilassata per poi incedere decisa verso un ritornello travolgente che porta Vedder a sfoderare tutto il suo talento vocale.. Terzo pezzo No Way, ritmo cadenzato e ben strutturato, un misto di indie-rock, classic-rock e psichedelia composto da Gossard. Arriviamo con l’ascolto a Given to Fly, perla di rara profondità e bellezza con Eddie ispiratissimo, melodia senza tempo arricchita dalla potenza del singer e dal tappeto ritmico creato dalle percussioni di Jack Irons, notevole l’arpeggio vagamente zeppeliniano, #5 Wishlist, altro gioiellino, speranzosa nelle liriche e malinconica nelle sonorità, segue Pilate, tiratissima , primo importante apporto in fase di scrittura del bassista Jeff Ament,settima irrompe la rabbiosa Do the Evolution, canzone contro, contro la civiltà consumistica, la band torna a produrre un videoclip, non accadeva da Ten, bellissimo animato che ripercorre l’evoluzione della vita, la storia dell’uomo con immagini forti che raffigurano vivisezione, caccia, guerra, riti da Ku Klux Klan, alterazioni genetiche, etc..il video riceve anche una nomination ai Grammy come best music video….

Intermezzo tribale di Untitled (the color red) scritto da Irons, il batterista esplora sonorità hawaiane scandite da frasi contro la guerra che si ripetono per tutto il pezzo, la traccia che segue M.F.C. Many Fast Car, scritta da Vedder durante un soggiorno romano da amici, viaggia veloce ma ancor più veloce è la versione che i PJ riescono a realizzare live, spesso infatti la inseriscono nelle setlist dei loro concerti..Lasciamo che ci pensi il lentone Low Light a rallentare dopo la corsa di M.F.C, giri di chitarra notevoli per la seconda canzone firmata Ament, Vedder arriva dappertutto con la sua voce nella seguente In Hiding, grande brano, trascinante, Stone Gossard riesce a disegnare un maestoso riff di chitarra, uno dei momenti più alti di Yield. Push me, Pull me, sbarazzina , stramba, ad opera di Ament che ci regala anche parole introspettive “avevo una convinzione sbagliata, pensavo di esser qui per restare ma qui siamo tutti solo in visita..”. A chiudere il lavoro All those Yesterdays, propositiva, piena di spunti interessanti dona un degno finale al disco, in realtà Yield non finisce qui, abbiamo una Ghost Track, Hummus, corposa composizione dai suoni orientali, fine…

Yield può risultare difficile al primo ascolto, basta poco però per rimanere folgorati da quello che risulta uno dei migliori lavori della band di Seattle, colmo di momenti affascinanti, epici, complessi, brani che entrano dritti nel loro Greatest hits, alcuni nella storia del rock&roll, un disco che ci riporta agli inizi della band, sound ben riuscito, I PJ recuperano la loro predisposizione live in studio, affrontando a muso duro il mondo e trasformando la rabbia di Ten in capacità di riflettere e ragionare senza comunque scendere a compromessi, un lavoro che nasce lontano dai riflettori, a luce bassa…

pearl-jam-yield

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